Quando i milanisti urlavano che i nostri giocatori sono attaccati alla maglia perché al Milan è diverso, è una famiglia io alzavo le spalle e facevo una smorfia. Non ci credo. Però le migrazioni milanesi erano tutte in un'unica direzione: dall'Inter al Milan. Da Pirlo e Seedorf, passando per Brocchi, Ronaldo (ah, che colpo al cuore), fino a Mancini e Ibra. E' stato Galliani a fomentare questa cosa, più di ogni altro. Il flirt con Balotelli (che, sono certo, sarà rossonero a giugno) ne è l'ennesima conferma. Oggi, invece, le certezze dei milanisti sono molte di meno. Leo non è che il primo tassello, in attesa di qualche ulteriore colpo di scena. Le bandiere (purtroppo o per fortuna?) non esistono più. E se quello che ieri era un tuo antagonista oggi ti offre una poltrona, perché dire di no? Leo mi piace (da tempi non sospetti). Non tanto come tecnico (anche se l'anno scorso con un Milan sottotono ha centrato un più che onorevole terzo posto), quanto piuttosto come uomo immagine. Ricorda in tante cose Pep Guardiola. Ha classe, carattere (grandiosa la risposta a Narciso...), esperienza, un bello stile, una splendida compagna, parla 5 lingue e lascia intravvedere qualcosa che mancava al vecchio Rafa. E' un comunicatore. Non pretende di insegnare calcio, ma si propone come gestore di risorse umane. All'Inter, in fondo, non serve altro. In attesa dell'altro brasiliano, diamo il più caloroso benvenuto al nostro nuovo mister: Leonardo Nascimento de Araújo.
al.ba.
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